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Febbraio 2002

Il Tribunale dei minori
diventa “imputato”

Una ventata di libertà sta rinfrescando le aule della giustizia italiana. Il Guardasigilli Roberto Castelli ha deciso di riformare le storture “giustizialiste” dei tribunali dei minori in materia di adozioni, storture che si verificano soprattutto nell’ambito di casi di presunta pedofilia all’interno della famiglia. Anche in Italia, quindi, i dettami della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo iniziano a venire applicati. Riportiamo qui di seguito gli artt. 9 e 16 per immediata consultazione:

Articolo 9

1. Gli Stati parti devono assicurare che il fanciullo non venga separato dai suoi genitori contro la loro volontà, a meno che le autorità competenti non decidano, salva la possibilità di presentare ricorsi contro tale decisione all’autorità giudiziaria, in conformità alle leggi ed alle procedure applicabili, che tale separazione risulti necessaria nell’interesse superiore del fanciullo. Una decisione in tal senso può risultare necessaria in casi particolari, quali quelli in cui si verifichino episodi di maltrattamento o di negligenza da parte di genitori nei confronti del fanciullo o qualora, i genitori vivano separati, sia necessario fissare il luogo e la residenza del fanciullo.

2. In qualsiasi procedimento relativo ai casi previsti nel paragrafo 1, tutte le parti interessate devono avere la possibilità di partecipare al dibattimento e di esporre le loro ragioni.

3. Gli Stati parti debbano rispettare il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo.

4. Allorquando tale separazione consegua da misure adottate da uno Stato parte, quali la detenzione, la reclusione, l’esilio, la deportazione o la morte (inclusa la morte per qualsiasi causa sopravvenuta nel corso della detenzione) di entrambi i genitori o di uno di essi, o del fanciullo, tale Stato parte, su richiesta, fornirà ai genitori, al fanciullo o, all’occorrenza, ad un altro membro della famiglia, le informazioni essenziali relative al luogo in cui si trovino il membro o i membri della famiglia, a meno che la divulgazione di queste informazioni non risulti pregiudizievole al benessere del fanciullo. Gli Stati parti devono accertarsi inoltre che la presentazione di tale domanda non comporti di per sé alcuna conseguenza negativa per la persona o le persone interessate.

Articolo 16

1. Nessun fanciullo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia nella sua casa o nella sua corrispondenza, né a lesioni illecite del suo onore e della sua reputazione.

2. Ogni fanciullo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o atteggiamenti lesivi.

Purtroppo i vari e frequenti «…a meno che le autorità competenti non decidano…» e «…salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo…», o affermazioni simili, lasciano ampio spazio interpretativo poiché non vengono fissati dei criteri di giudizio inequivocabili. O meglio, tali criteri vengono fissati in base al libero arbitrio (leggasi opinioni, pertanto soggettive e quindi opinabili) degli «esperti»: psicologi e affini.

Ora la riforma di Castelli prevede l’abolizione per i magistrati dell’obbligo di avvalersi degli esperti – psicologi e assistenti sociali – durante la trattazione delle cause (potranno utilizzarli solo come consulenti). In pratica gli «esperti», psicologi o assistenti sociali, avranno meno voce in capitolo nella scelta di un giudice di togliere un figlio ai genitori e consegnarlo a un orfanotrofio in attesa che venga stabilito con chi dovrà trascorrere il resto della sua vita. Riteniamo che questo provvedimento, da solo, porterà ad un sensibile miglioramento della situazione in oggetto.

Secondo il giudice Melita Cavallo: «Per decidere che gli interessi di un bambino possono essere tutelati soltanto fuori dal contesto familiare possono essere sufficienti indizi o altri elementi che davanti al giudice penale non costituiscono una prova certa. Ci sono situazioni di degrado, trascuratezza o disinteresse che possono ben giustificare l’allontanamento e l’adottabilità, a prescindere dall’accertamento dei reati». Ergo, per giudicare quale sia il bene dei nostri figli e per agire in tal senso, il Tribunale dei minori si affida alla cultura degli indizi, alla cultura del sospetto, come confermato dall’assistente sociale indagata dal pm Siciliano. «Non esiste danno più devastante, per le istituzioni e per i diritti primari del cittadino, di quello prodotto dall’intervento poliziesco e vessatorio di un’autorità inquirente che autentica e alimenta una spietata caccia alle streghe» dice Gabriele Segalla nel suo libro La strategia del sospetto.

L’avvocato Gianfranco Dosi, che quando era magistrato ha lavorato per anni nei tribunali dei minori, considera «scandaloso» che i giudici minorili non credano a quelli penali. «È vero che ormai le vicende sono separate – dice –, ma ciò che ha provocato l’allontanamento è stato un sospetto di abuso sessuale che s’è rivelato falso. È qui che si consuma l’ingiustizia nei confronti del bambino e dei genitori». Dosi combatte da tempo perché i procedimenti di allontanamento e poi di adottabilità rispondano alle regole del contraddittorio, con la presenza di un avvocato difensore che solo una legge varata un anno fa ha reso obbligatoria: se non lo sceglie la famiglia, bisogna nominarne uno d’ufficio. Ciò è sintomatico dello stato di “salute” del sistema giudiziario italiano: un avvocato, ex-magistrato minorile, deve combattere affinché venga applicato il comma 2, art. 9, della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, emanata il 20 novembre 1959, ratificata dal governo italiano e avente, quindi, valore di legge.

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Articoli:

«Adozioni, basta con il Tribunale dei minori»

Adozioni, stop di Castelli ai tribunali dei minori

Un altro papà scagionato, la Procura accusa un centro per bambini

Anche la famiglia del tassista Marino V. si trova …

I magistrati bocciati dal governo: non siamo orchi con la toga

del 10 febbraio 2002

Il provvedimento annunciato dal ministro Castelli
E un’assistente sociale accusa: cultura del sospetto contro i genitori

«Adozioni, basta con il Tribunale dei minori»

Pronta la riforma: nasceranno pool di giudici specializzati.
Il caso della bimba di Milano al Csm

Non sarà più il Tribunale dei minorenni ad occuparsi di affidamenti e di adozioni. La riforma è già pronta: sarà portata all’esame del Consiglio dei ministri dal Guardasigilli Roberto Castelli. Il provvedimento prevede l’istituzione di un’apposita sezione specializzata nel diritto di famiglia in ogni tribunale e l’abolizione per i magistrati dell’obbligo di avvalersi degli esperti – psicologi e assistenti sociali – durante la trattazione delle cause (potranno utilizzarli solo come consulenti). Intanto, arriva al Csm il caso della bambina di Milano dichiarata «adottabile» dai giudici, nonostante il padre, accusato di violenza, sia stato assolto. E, a proposito di un altro caso analogo avvenuto sempre a Milano, è emersa la testimonianza di un’assistente sociale, secondo la quale nei centri per minori è diffusa una cultura del sospetto contro i genitori.

Adozioni, stop di Castelli ai tribunali dei minori

Nascono i pool di giudici specializzati in diritto di famiglia.
Al Csm il caso del padre assolto ma privato della figlia

di Flavio Haver

ROMA — Un caso come quello di cui è «vittima» il signor S. non sarà più deciso dal Tribunale dei minorenni. Gli «esperti», psicologi o assistenti sociali, avranno meno voce in capitolo nella scelta di un giudice di togliere un figlio ai genitori e consegnarlo a un orfanotrofio in attesa che venga stabilito con chi dovrà trascorrere il resto della sua vita. La vicenda denunciata dal Corriere della Sera imprime un’ulteriore accelerazione all’iter amministrativo per la riforma della giustizia civile minorile. Ieri il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha annunciato la presentazione di un progetto di legge che prevede l’istituzione di una sezione specializzata nel diritto di famiglia in ogni tribunale. Il provvedimento affida esclusivamente alle «toghe» il compito di pronunciare sentenze sull’affidamento dei bambini in caso di separazione dei genitori, sulla decadenza della potestà del padre o della madre, sullo spinosissimo problema delle adozioni. E del caso del signor S., l’uomo la cui figlia è stata dichiarata adottabile nonostante sia stato assolto definitivamente dall’accusa di averla violentata, si occuperà il Csm: «Chiederò che siano acquisiti gli atti per avviare una pratica ricognitiva», ha annunciato il consigliere laico dell’organo di autogoverno dei giudici Eligio Resta (Verdi). Il progetto di legge è stato messo a punto nei giorni scorsi dai tecnici di via Arenula e il guardasigilli lo potrebbe portare al Consiglio dei ministri già in settimana. «Le competenze in materia civile riguardanti i minori sono oggi molto frammentarie e riguardano anche i tribunali ordinari, oltre che quelli dei minorenni», spiega Castelli.

L’istituzione di una sezione specializzata per i contenziosi che riguardano l’ambito familiare in ogni tribunale ha tre obiettivi: il primo è quello di tentare di ottenere una maggiore uniformità di giudizio, di arrivare a una giurisprudenza il più possibile omogenea su tutti i problemi connessi alla vita di coppia, dal momento in cui i coniugi si separano a quando viene sancito il divorzio. Il secondo è di seguire un percorso unico anche per dopo, quando le loro esistenze hanno preso strade diverse. Soprattutto nel caso in cui ci siano in ballo scelte che riguardano la posizione dei figli: sarà una sola «toga» a occuparsi dell’affidamento all’uno o all’altro, degli obblighi derivanti dal mantenimento economico e perfino delle più banali ma non per questo meno importanti autorizzazioni, comprese quelle necessarie per il passaporto se il padre o la madre decidono di portarli con sé all’estero. L’ultimo scopo del governo è di snellire l’iter burocratico e di ottimizzare le risorse: «Finora bisogna fare il giro di due o tre sedi per chiedere e ottenere i documenti. L’unificazione delle competenze in una sola struttura farà sì che le procedure si semplifichino, migliorando notevolmente l’efficienza degli uffici e, contemporaneamente, rendendo meno complicata la vita ai cittadini», è la previsione del sottosegretario alla Giustizia Iole Santelli.

Sull’esigenza di rivedere norme e competenze in materia di diritto di famiglia si era pronunciato anche il procuratore generale della Cassazione Francesco Favara. Nella sua relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2001 aveva sottolineato come «innanzi ai tribunali per i minorenni non si discuta più soltanto di patologie nello sviluppo del minore da rimuovere ma anche di situazioni fisiologiche (in tutto simili a quelle che vengono affrontate dal tribunale ordinario in materia di separazione e divorzio) che debbono essere regolamentate». L’invito, raccolto da Castelli, porterà a un profondo rinnovamento. La parte normativa dovrà essere adeguata alla figura del magistrato diventato unico giudice: non sarà più obbligato ad avvalersi di psicologi e assistenti e a tenere conto del loro giudizio, ma potrà interpellarli, come consulenti, solo nel caso in cui lo riterrà necessario.

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Inchiesta dei pm di Milano dopo la vicenda di un tassista
che non ha riavuto la figlia. Ecco come è nato l’errore giudiziario

Un altro papà scagionato, la Procura
accusa un centro per bambini

Accertamenti sui metodi di una struttura
per minori «C’era un clima di terrore»

di Paolo Biondani

MILANO — Come nasce un errore giudiziario? Come si arriva a trasformare in «mostro» un papà innocente, con il rischio di indebolire tante altre sacrosante indagini sui veri pedofili? A Milano un’indagine riservatissima ha ricostruito la catena di errori che dal settembre 1996 sta perseguitando la famiglia di un tassista milanese, Marino V., inquisito per pretesi abusi sulla figlioletta di tre anni, assolto nel dicembre 2000 su richiesta dello stesso pm d’udienza, ma tuttora privato della potestà di padre dal Tribunale dei minori. Un caso che divise la Procura. E che ora è spiegato da una «cultura del sospetto» che regnerebbe in importanti centri di aiuto alle famiglie.

PAURE MATERNE – Dopo l’assoluzione del tassista, il pm Tiziana Siciliano apre un’inchiesta che parte dalla testimonianza della moglie dell’innocente: «Nel ’96 andai al centro B. di Milano. Volevo solo parlare con una psicologa. L’assistente sociale M. mi disse che dovevo riferire a lei. Raccontai che la mia bambina, davanti alla tv, aveva detto ridendo “pisello” e “papà mi punge”. M. mi disse che dovevo denunciare mio marito, altrimenti lo avrebbero fatto loro e mi avrebbero tolto la bambina. Mi diede un ultimatum: tre giorni. In Questura piangevo: ma io volevo solo una dottoressa…».

IL SOSPETTO – M. viene indagata per «violenza privata», cioè per avere «costretto» la madre alla denuncia. In un drammatico interrogatorio, l’assistente prima nega: «Non ho mai forzato nessuna denuncia, anzi dissi alla signora che avremmo valutato se era opportuna». Alle obiezioni del pm, M. precisa: «La signora era molto preoccupata che una denuncia potesse farle perdere la bambina. Le spiegai che un allontanamento poteva essere deciso dal Tribunale dei minori e che una sua attivazione poteva farla riconoscere come genitore protettivo». Questo discorso spiega perché la moglie del tassista si sia sentita costretta a denunciarlo. Il resto del verbale chiarisce il perché delle pressioni: «Lavoro al centro B. da 12 anni – dichiara M. –. Le indicazioni per noi operatori sono che al semplice sospetto di un abuso scatta il nostro obbligo di denuncia: se non si fosse adempiuto quest’obbligo, saremmo stati denunciati noi, per omessa denuncia. Tale convinzione si è consolidata per interventi del Tribunale dei minori». Il pm contesta che questo è un clima di terrore. M. risponde così: «All’epoca ero convinta che attivare il Tribunale servisse a proteggere il bambino… L’obbligo di denuncia esiste ancora ed è imposto testualmente dalla Regione Emilia».

IL DOVERE – L’interrogatorio convince il pm che l’indagata parla in completa buona fede. L’inchiesta si chiude con un’archiviazione molto rara: l’assistente M. ha forzato la denuncia della madre, ma va prosciolta perché «ha agito nell’erronea convinzione di dover adempiere un dovere». Il dovere del sospetto, a costo dell’errore.

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Anche la famiglia
del tassista Marino V. si trova …

L’avvocato: sono processi segreti,
gli imputati non possono difendersi

di Paolo Biondani

MILANO — Anche la famiglia del tassista Marino V. si trova nella stessa sconcertante situazione giudiziaria di quella del lavoratore edile S. L., descritta sul Corriere di ieri: dopo processi interminabili, entrambi sono stati scagionati dall’accusa di aver abusato di una figlioletta, ma non sono ancora riusciti a farsi restituire dal tribunale dei minori la potestà di genitori. E anche le loro mogli, mai sospettate di nulla, restano «mamme ripudiate per legge». Due casi-fotocopia. Inquisito nel 1996, il tassista Marino V. viene assolto nel dicembre 2000. Nel gennaio 2001 l’avvocato Luigi Vanni chiede che la piccola I., allontanata dalla famiglia nel 1998, sia restituita almeno alla moglie dell’innocente. Ma il Tribunale dei minori conferma il «decreto provvisorio» di tre anni prima. La famiglia insorge: «Siamo innocenti, perché continuate a perseguitarci?». In appello, con l’avvocato Cesare Rimini, per il tassista si schiera il sostituto pg Laura Bertolè Viale, che definisce «abnorme» il decreto del Tribunale, negando che sia «provvisorio» un allontanamento che dura dal 1998 e che si possa bocciare la madre «con una motivazione solo apparente e smentita dagli atti». La corte decide però di non decidere: il decreto che nega la bambina ai genitori «non è impugnabile», proprio perché sarebbe «provvisorio».

«Con questa procedura – spiega l’avvocato Vanni – si consente al Tribunale dei minori di strappare un figlio ai genitori dopo un processo segreto, senza alcun diritto di difesa, senza sentire neppure i bambini. Questo Tribunale speciale esiste dal 1934: penso che sia arrivato il momento di tornare alle garanzie della giurisdizione ordinaria». E il caso del tassista com’è finito? «All’italiana – è la risposta dei genitori –: gli assistenti sociali ci hanno restituito la bambina, anche se in teoria restiamo senza potestà». Intanto si attende la Cassazione. Nella relazione d’apertura dell’anno giudiziario, il procuratore generale Borrelli aveva giustamente inserito una «difesa sul Piave» dei magistrati che lottano contro «il vergognoso fenomeno della pedofilia», sottolineando che i pm di Milano hanno «il merito di essersi prodigati per primi» in queste difficilissime indagini, che nonostante «velenose polemiche giornalistiche» si chiudono «con il 90% di condanne». «L’unico vero problema – osserva l’avvocato Guido Bomparola, difensore di S. L. – è che il Tribunale dei minori tiene i bambini in orfanotrofio anche dopo l’assoluzione dei genitori».

La vicenda

IL FATTO — Nel 1996 sono cominciate le indagini su Marino V., tassista milanese, inquisito per pretesi abusi sulla figlioletta di tre anni: è stato assolto in primo grado nel dicembre 2000, su richiesta del pm d’udienza, senza però che il Tribunale per i minorenni gli abbia ancora restituito la potestà di padre

L’INCHIESTA — Dopo l’assoluzione, il pm Tiziana Siciliano ha aperto un fascicolo partendo dalla deposizione della moglie dell’innocente: la donna aveva dichiarato di aver denunciato il marito dopo l’ultimatum impostole da un’assistente sociale

L’ASSISTENTE — L’assistente sociale M. è stata indagata per «violenza privata»: l’ipotesi di accusa è che abbia «costretto» quella madre a denunciare il marito. Lei ha detto che tutti gli operatori hanno ricevuto indicazioni di fare denuncia anche in caso di sospetto di commissione di un reato. L’inchiesta si è chiusa con la richiesta di archiviazione: l’indagata «ha agito nell’erronea convinzione di dover adempiere un dovere»

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I magistrati bocciati dal governo:
non siamo orchi con la toga

Il sottosegretario Vietti: bimbi sottratti a prescindere
dalle responsabilità di mamma e papà

di Giovanni Bianconi

ROMA — Secondo il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti, il progetto di togliere ai tribunali dei minori la competenza sulle adozioni per affidarla a quelli ordinari servirà a porre un freno «alle risposte stereotipate e quasi automatiche dei giudici minorili, che sottraggono i bambini ai genitori a prescindere dalle responsabilità di questi ultimi». Il riferimento alla vicenda milanese di A. (la bimba allontanata da casa nel 1995, quando aveva 6 anni, dopo che il papà era stato accusato di violenza nei suoi confronti, e di cui è stata confermata l’adottabilità anche dopo che il padre è stato assolto con sentenza definitiva da quelle accuse) è chiaro ed esplicito. Il potere esecutivo ha emesso una sentenza di condanna sul funzionamento di una parte dell’ordine giudiziario, e propone di cambiarne le regole.

I giudici minorili di Milano, protagonisti del presunto scandalo, non vogliono rispondere sul merito della vicenda, né entrare in polemica con i loro detrattori. Ma a passare per orchi con la toga, che si divertono a portar via i bambini alle famiglie, non ci stanno. E fanno intendere che nel caso di A. c’era molto di più che la semplice accusa di violenza nei confronti del padre, cancellata da una Corte d’appello e poi dalla Cassazione. Quello fu lo spunto per un’indagine e una lunga attività istruttoria, condotta anche sulla base delle istanze difensive, che ha appurato un’«incapacità genitoriale» (sottoscritta da due collegi, cioè nove giudici) indipendente dal reato contestato al padre. Tanto più che l’assoluzione del genitore è arrivata sulla base del comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale, quello che ricalca la vecchia «insufficienza di prove».

Il giudice Melita Cavallo, che oggi presiede la commissione per le adozioni internazionali e ha guidato a lungo il tribunale dei minori di Napoli, commenta: «Non conosco i particolari di quella vicenda, ma a me è capitato in almeno dieci casi di confermare l’adottabilità anche dopo l’assoluzione del genitore accusato». E spiega perché: «Per decidere che gli interessi di un bambino possono essere tutelati soltanto fuori dal contesto familiare possono essere sufficienti indizi o altri elementi che davanti al giudice penale non costituiscono una prova certa. Ci sono situazioni di degrado, trascuratezza o disinteresse che possono ben giustificare l’allontanamento e l’adottabilità, a prescindere dall’accertamento dei reati».

L’avvocato Gianfranco Dosi, che quando era magistrato ha lavorato per anni nei tribunali dei minori, considera invece «scandaloso» che i giudici minorili non credano a quelli penali. «È vero che ormai le vicende sono separate – dice –, ma ciò che ha provocato l’allontanamento è stato un sospetto di abuso sessuale che s’è rivelato falso. È qui che si consuma l’ingiustizia nei confronti del bambino e dei genitori». Dosi combatte da tempo perché i procedimenti di allontanamento e poi di adottabilità rispondano alle regole del contraddittorio, con la presenza di un avvocato difensore che solo una legge varata un anno fa ha reso obbligatoria: se non lo sceglie la famiglia, bisogna nominarne uno d’ufficio.

Ma quella riforma non è ancora entrata in vigore: un successivo decreto-legge ne ha sospeso l’applicazione fino all’emanazione di una «specifica disciplina sulla difesa d’ufficio», che non è mai arrivata. Poi un’altra legge ha stabilito che la riforma entrerà comunque in vigore il 1¡ luglio di quest’anno, con o senza le altre norme. Un paradosso legislativo nel quale si inserisce ora il progetto governativo di sfilare le adozioni dai tavoli dei giudici minorili.

È da tempo che i tribunali dei minori sono sotto accusa, prima ancora che il governo emettesse la sua sentenza. Molti controversi verdetti hanno suscitato scalpore, scandalo e scarsa fiducia verso i giudici che si occupano di bambini. «Proprio per questo – dice il giudice Cavallo – nei verbali e nei provvedimenti oggi c’è la tendenza a scrivere tutto, anche particolari sgradevoli che un tempo venivano risparmiati per salvaguardare gli interessati. E quando dei giudici indagano dentro le famiglie c’è la tendenza dell’opinione pubblica a identificarsi con gli indagati. Di qui una diffidenza verso persone che, le assicuro, non sono affatto orchi con la toga. Bisognerebbe liberarsene, perché spesso, troppo spesso, gli orchi si nascondono in famiglia».


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