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del 22 dicembre 2000

Milano, l’indagine fu avviata dal pm Forno.
Ma al processo l’accusa punta l’indice su periti e polizia

Gli tolsero la figlia, ma è innocente

Accusato di avere abusato della bimba
e scagionato dopo 5 anni

di Marco Mensurati

MILANO — «Assolto perché il fatto non sussiste». È finito così, ieri pomeriggio, l’incubo di Marino, tassista di 45 anni accusato di aver violentato sua figlia di tre. Un incubo lungo quasi un lustro durante il quale l’uomo non ha potuto vedere la sua piccola, rimbalzata da una comunità per l’infanzia all’altra. Il pubblico ministero Tiziana Siciliano (che non aveva condotto le indagini firmate invece dal suo collega Pietro Forno) dopo avere chiesto e ottenuto l’assoluzione dell’imputato, è andata oltre: ha chiesto la trasmissione degli atti in procura per fare chiarezza su eventuali responsabilità penali degli assistenti sociali. Durante la requisitoria aveva inoltre demolito a picconate il lavoro dei periti: «O erano in mala fede o erano del tutto sprovveduti. Comunque sia questi esperti non hanno nessun motivo per godere della fiducia dell’autorità giudiziaria».

L’incipit della requisitoria del pm è tutto un programma: «Questa è la storia della discesa all’inferno di una bambina di tre anni e della sua famiglia».

Tutto comincia nel 1996. A tavola, la piccola dice due parolacce “pisello” e “culo”. Quando la madre, stupita le chiede cosa stia dicendo, la bimba, indica il papà che, pochi minuti prima, aveva casualmente visto nudo sotto la doccia.

Teresa, la madre, allarmata, chiede al marito se era accaduto qualcosa di strano. “No”, la risposta. Teresa è inquieta e insiste: non è normale che una piccola di tre anni dica certe parole. I due, d’accordo, decidono di rivolgersi a uno psicologo. Finiscono al Centro per i Bambini Maltrattati.

L’accoglie una donna, la signora Marchese, un’assistente sociale. Si fa raccontare tutto poi, gelida, conclude: «A questo punto se non fa la denuncia lei contro suo marito la facciamo noi, d’ufficio. Ha tempo entro lunedì».

La madre, sconvolta, fa denuncia. Il tribunale dei minori apre una inchiesta. La questura di Milano avvia le sue indagini.

Che consistono, alla fine, in due interrogatori. Quindici minuti il primo. Venti il secondo. Ma – viene da chiedersi – come si faccia a interrogare una bambina di tre anni su un tema del genere. «Un agente le ha dato un orsacchiotto e un trenino e le ha chiesto di far vedere cosa le faceva il papà», ha raccontato indignata il pm, definendo quel verbale «prova di carta straccia».

In quel documento – causa unica di tutta l’odissea – racconti di toccamenti e violenze di cui non si troverà mai più alcuna traccia in tutto il processo. Di lì a poco, sempre per effetto di quell’interrogatorio, la vita della piccola subisce il primo terremoto. Insieme con la madre e il fratello viene costretta a lasciare la casa in cui era nata. E soprattutto a non vedere più suo padre. L’esilio dura otto mesi. «Da quell’esatto momento – ha detto ieri il pm Tiziana Siciliano che ha ereditato il fascicolo dal suo collega Pietro Forno, il magistrato che aveva condotto le indagini, da anni impegnato sul fronte delle violenze ai minori – la vita della piccola viene ribaltata». Dopo gli otto mesi, il tribunale dei minori capisce che forse tutto non è come sembrava e permette alla famiglia di riunirsi. Ma dura poco: perché entra in scena la procura. Il pm Forno convoca Teresa e le consiglia di non continuare a vivere con il marito. Contemporaneamente dispone una perizia sulla piccola. Le condizioni della piccola, è il verdetto dei medici, non sono “incompatibili” con eventuali, recenti, violenze. La tesi d’accusa è che il padre avrebbe potuto violentare di nuovo la figlia non appena rientrata dalla comunità.

La piccola viene di nuovo allontanata. Stavolta da sola. «Dopo 35 giorni di internamento» – per usare l’espressione della dottoressa Siciliano – la psicologa della comunità interviene: «Rimandatela a casa. L’unica cosa di cui ha bisogno sono i suoi genitori».

La piccola torna a casa. Ma non trova suo padre al quale è stato impedito di vederla da solo.

Impedimento che adesso, dopo l’assoluzione, verrà meno.

Il teorema di un procuratore

di Miriam Mafai

Dopo cinque anni un magistrato dice: ci siamo sbagliati, quel padre non ha violentato la figlia, non dovevamo strapparla alla famiglia.

Ci sono ferite che non si rimarginano, meno che mai quelle inferte da psicologi, poliziotti o magistrati preposti alla nostra tutela.

CHI RISARCIRÀ la bambina protagonista e vittima di questo terribile fatto di cronaca dei quasi cinque anni passati in un istituto anziché in famiglia? Chi risarcirà il padre accusato dell’infamante reato e poi, dopo quasi cinque anni, assolto in istruttoria? Chi risarcirà la madre delle sue notti d’angoscia, dell’orrore provato quando ha avuto il sospetto di aver vissuto accanto a un mostro, a un padre che abusava sessualmente della sua creatura?

NESSUNO risarcirà né la bambina né il padre né la madre. Non c’è risarcimento possibile, non diciamo sul piano finanziario ma sul piano morale per la sofferenza che è stata loro imposta.

E adesso, dopo quasi cinque anni – anni decisivi per la formazione di una creatura – un magistrato finalmente dice: ci siamo sbagliati, il reato non c’ era. E si sono sbagliate le psicologhe o assistenti sociali che per prime si sono occupate del caso e che hanno scambiato una bambina vivace, che usava delle “brutte parole” per una bambina violentata, e che hanno ritenuto per questo di doverla ricoverare in un istituto dove ha quasi perso la parola e la capacità di comunicare.

Quasi cinque anni di sofferenze per la bambina, per un padre e per una madre per i quali non esiste risarcimento possibile. Non so se qualcuno ha sentito il dovere di chiedere scusa a quella famiglia. Forse no. Dopotutto anche in questo caso, la giustizia ha fatto il suo corso.

Con i tempi della giustizia. Lentissimi, come sappiamo. Si tratti di una lite di condominio, di un furto, di un delitto, di un caso di pedofilia.

Tempi lenti. E per fortuna che alla fine, sia pure dopo cinque anni, c’è stato un’altra psicologa che ha capito la sofferenza di quella bambina, e c’è stato un magistrato, una donna magistrato questa volta, che, esaminato il caso, ha restituito quella bambina alla sua famiglia. Nessuno dica che, dopotutto “tutto è bene quel che finisce bene”, perché ci sono ferite che non si rimarginano, meno che mai quelle inferte da coloro, psicologi, assistenti sociali, poliziotti, magistrati, preposti alla nostra tutela.

Questo fatto di cronaca propone, in modo evidente, a noi ed alla pubblica opinione il problema quanto mai delicato del ruolo e del funzionamento dei Tribunali dei Minori e del ruolo della qualifica e delle competenze di quanti, magistrati, psicologi, assistenti sociali, si occupano dei maltrattamenti sui bambini, e del funzionamento dei vari enti, pubblici e privati preposti alla loro tutela.

Chi ha seguito le cronache di questi anni ha avuto non di rado l’impressione di decisioni non condivisibili, di ingiustificate sottrazioni di bambini alle loro famiglie quando queste fossero in condizioni di difficoltà, di affidamenti frettolosi ad istituti o a famiglie affidatarie e poi di polemiche, contestazioni, e restituzioni degli stessi bambini alle famiglie d’origine, quasi queste creature fossero beni disponibili.

Mi rendo conto di usare termini pesanti, ma credo che su tutta la dolorosa materia si sono manifestati, nel corso degli anni, sospetti che sarebbe bene diradare al più presto e nel modo più limpido possibile.

Occorre in primo luogo dare una risposta ad una domanda che io sento cruciale: un bambino che si giudica maltrattato o privo di tutta la necessaria assistenza deve essere necessariamente allontanato dalla sua famiglia o non sarebbe più giusto e civile aiutare quella famiglia a risolvere i propri problemi consentendole di tenere con sé il bambino?

E ancora: davvero non sarebbe opportuno, urgente anzi, rendere più trasparente il funzionamento dei Tribunali dei Minori, i meccanismi attraverso i quali quei magistrati giungono alle loro decisioni?

E c’è infine un’altra delicatissima questione da sollevare. Un confine quanto mai sottile divide ormai l’individuazione dei casi di pedofilia dalla sua ossessione. Ogni mano allungata sulla testa di un bambino, in un istintivo moto di tenerezza, rischia, anche per la strada o ai giardini pubblici, di essere scambiata per una manifestazione di pedofilia.

Il clamore destato, giustamente, dai più recenti ed autentici casi di violenza sui bambini giustifica certamente la maggiore attenzione che oggi viene rivolta al fenomeno anche quando si verifichi all’ interno della la famiglia, un recinto entro il quale una volta si consumavano, in silenzio, una serie di violenze nei confronti dei più deboli, donne e bambini.

Ma anche questa attenzione, benvenuta e legittima, non può trasformarsi in ossessione. Nella ossessione che trasforma ogni carezza rivolta a un bambino in una manifestazione di pedofilia.

IL RITRATTO

Chi è Pietro Forno

Un magistrato tra errori e clamori

MILANO - Si occupa di reati sessuali da una vita. Tanto che ormai in procura, a Milano, al nome di Pietro Forno vengono associate automaticamente tutte le inchieste del settore.

Addirittura, qualcuno lo indica come l’iniziatore di quel genere di indagini. Fu lui, una dozzina di anni or sono, a fondare quello che oggi viene definito il “pool famiglia o soggetti deboli”: ossia una squadra di magistrati e di agenti specializzati nel campo degli stupri, degli incesti, del traffico dei minori. I suoi estimatori gli attribuiscono una grande capacità investigativa e un grande pragmatismo. I suoi detrattori, invece, gli contestano una certa rigidità e, soprattutto, il suo continuare ad avvalersi di uomini ritenuti non all’altezza dei compiti loro assegnati (non piace soprattutto che a interrogare i bambini in difficoltà, siano poliziotti senza una preparazione specifica se non quella acquisita sul campo). Al suo nome sono legati successi clamorosi ma anche clamorosi errori giudiziari e inchieste che hanno fatto discutere a lungo. Come quella che ha portato in carcere Lorenzo Artico, un giovane educatore condannato in primo grado a 13 anni di carcere per abusi su sette bambini ospiti di una comunità di recupero sottoposti alla sua cura. In sua difesa, è insorto un intero quartiere di Milano. Pochi mesi prima della condanna di Artico, un altro processo voluto da Forno era finito con un’assoluzione per tutti e tre gli imputati. La vittima, una ragazza, si era inventata tutto.

I PRECEDENTI
• Caso Artico
Tre inchieste condotte dal giudice Forno. Lorenzo Artico, un educatore condannato a 13 anni di carcere per abusi su 7 bambini. Difeso dal quartiere.
• La falsa violenza
Nel 1998 i giudici della quarta sezione del tribunale assolvono due uomini accusati di aver fatto violenze sulla figlia di uno dei due. La ragazza si era inventata tutto.
• Accuse inesistenti
Nel 1999, un uomo e una donna sono stati riconosciuti innocenti dal tribunale di Milano. Erano stati accusati di violenza a un bimbo di 5 anni, figlio di lei e nipote di lui.
IL PADRE

Marino, tassista di 45 anni. “La bimba mi ha dimenticato…”

“Una vita d’inferno ma ora voglio giustizia”

“Il mio matrimonio è andato a rotoli, mi sono indebitato fino al collo,
sono pieno di rabbia e di amarezza. Ma ho resistito perché sono innocente”

di Roberto Bianchini

MILANO — «Quattro anni e mezzo, quasi cinque, possono bastare per rovinare una vita. Quattro anni e mezzo di puro inferno. Quattro anni e mezzo in cui mi hanno impedito di vedere mia figlia. E lei intanto si è dimenticata di me, adesso non chiede neanche più di suo padre. Il mio matrimonio nel frattempo è andato a rotoli, mi sono separato, indebitato fino al collo, e mi sono riempito di rabbia e di amarezza. Ma ho resistito perché sono innocente. E adesso che il tribunale mi ha dato ragione, che ha detto che non sono un pedofilo, voglio giustizia. Chi ha sbagliato deve pagare: chiederò il risarcimento dei danni a tutti coloro che me li hanno procurati».

Ha la faccia di chi è uscito da un incubo, Marino, il tassista milanese di 45 anni, un uomo bruno, robusto, sposato con due figli, al quale nel ’96 fu tolta la bimba più piccola, una biondina di soli tre anni, perché c’era il sospetto che lui abusasse di lei. Un sospetto che ieri, quando il tribunale lo ha assolto, è svanito nel nulla.

Come ci si sente? «Bene, perché non avevo dubbi che finisse così. Malissimo, perché è passato troppo tempo e la mia vita è stata sconvolta. Quando mi sono ritrovato da solo, senza più la mia famiglia, guidavo il taxi e pensavo: sono un pedofilo! Io che gli darei la pena di morte a quelli là, io che queste cose non mi sono mai passate nemmeno per l’anticamera del cervello, io che mia figlia non l’ho mai sfiorata, io che pensavo solo a far l’amore con mia moglie».

Eppure qualcosa dev’essere successo. «Era l’estate del ’96, stavamo in vacanza, sulle colline del bergamasco, con mia moglie Teresa, che fa la portinaia in un condominio, i miei due figli e la suocera. Stavo facendo una doccia quando mia figlia, che aveva appena tre anni, entra nel bagno. La casa era nuova e le porte non si chiudevano a chiave. Lei mi guarda, nudo sotto la doccia, mi vede il pene e si mette a ridere. Vai di là, le dico, lei insiste: voglio stare qua. Chiamo mia moglie e lei la porta fuori. Poi la sera mia moglie mi dice: guarda che la bambina dice cose strane. Cosa? le chiedo. Che giocava con lo ”spillo” di papà e che io la pungevo».

E lei? «Ho detto a mia moglie se era matta. “Ma non mi conosci? Ma come fai a pensare che io possa fare certe cose?”, le ho detto. Ma lei era preoccupata. Dobbiamo portare la bambina dallo psicologo, mi dice. Va bene, dico io. Allora lei va a parlare con due dottoresse dell’istituto Besta che la mandano da un’assistente sociale del Cbm, il Centro del bambino maltrattato, una certa signora Marchesi. Questa dice a mia moglie di stare attenta. Poi, quando Teresa le telefona e le dice che la bambina ha detto altre cose, che papà le aveva messo il pisellino sulle spalle, sulla pancia e sulle orecchie, l’assistente sociale le dice che mi deve denunciare, altrimenti potrebbe perdere la bambina».

E sua moglie la denuncia? «È costretta. Non mi dice niente, e un giorno che torno a casa non trovo più nessuno. Né lei, né la bambina, né Michele, che ha 12 anni ed è handicappato, e nemmeno la suocera. Li hanno portati in un istituto. A questo punto comincia il mio calvario: il tribunale dei minori decide l’allontanamento da casa della bambina, la mandano al Caf, da sola, per alcuni mesi, dove non posso incontrarla, nel frattempo esco io di casa per non costringere la mia famiglia ad andarsene, e mi separo. La bambina, che è stata sentita solo un anno dopo che me l’avevano tolta, non ha più ripetuto le sue fantasticherie, e un esame ginecologico, chiesto da me, l’ha trovata assolutamente illibata. Questo mi ha salvato».

E adesso ? «Vorrei tornare a casa. Recuperare il rapporto con i miei figli, tornare a una vita normale».

Anche con sua moglie? «Anche con lei, se vorrà. Siamo rimasti in buoni rapporti. Lei è stata costretta a denunciarmi, e poi ci siamo separati».


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