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del 23 dicembre 2000

Polemiche – Cerrato difende il lavoro deol collega,
il Csm apre un’inchiesta. E il gip Guido Salvini
smonta un’altra indagine

Caso Forno: spaccatura tra i giudici

di Mario Consani

Polemiche e imbarazzi in procura dopo la sentenza di assoluzione per un papà, accusato di violenza sulla figlioletta, dopo un’inchiesta durata quasi cinque anni. Il pm Tiziana Siciliano, che ha chiesto e ottenuto l’assoluzione dell’uomo spiega: «Non c’erano prove, non si può condannare solo per il fatto che un caso è orribile». Il procuratore aggiunto Nicola Cerrato, invece, difende il collega «che ha avuto il merito storico di far emergere queste problematiche ed è comunque per noi un punto di riferimento». Ma intanto il Gip Guido Salvini smonta un’altra inchiesta su abusi in famiglia, che sarebbe nata dal desiderio di rivalsa di una madre e il Csm apre un’inchiesta sul magistrato antipedofili.

CRONACA MILANO

Errori giudiziari – Mentre il Csm apre un’indagine,
il procuratore aggiunto Cerrato difende il collega

«Il pm Forno ha meriti storici»

di Mario Consani

Polemiche e imbarazzi. Il giorno dopo l’assoluzione di un papà accusato di violenza sessuale sulla figlia di 3 anni, la Procura è divisa sul durissimo «j’accuse» del pm Tiziana Siciliano, che giovedì, davanti al tribunale, ha chiesto lei stessa l’assoluzione dell’imputato, demolendo invece l’intera inchiesta coordinata in istruttoria dal suo collega Pietro Forno, che da sempre si occupa di abusi sui minori.

E mentre il Csm apre un’indagine sull’attività del magistrato, a difendere Forno, e in generale i metodi investigativi sulle violenze, scendono in campo i magistrati del pool «soggetti deboli», quello che si occupa tra l’altro degli abusi sui minori. «Rivendico al pm Forno il merito storico di aver fatto emergere queste problematiche – dichiara Nicola Cerrato, procuratore aggiunto e coordinatore del pool (nella foto) – per questo rappresenta sempre un punto di riferimento». Cerrato ha anche aggiunto che attualmente la Procura si avvale di consulenti altamente professionali e di fiducia. Attestati di stima a Forno arrivano anche da Fabio Roia, pm di questo pool. «Mi auguro – dice Roia – che la collega Siciliano non abbia voluto fare un processo a una metodologia di indagine per anni sperimentata in tutta Italia, perché non ha alcuna competenza per farlo, visto che non si è mai occupata di questi reati».

Lei, però, torna a speigare la sua requisitoria. «Solo perché un caso è orribile ci si può permettere che le prove non siano certe, quasi che in nome della nefandezza si possa condannare qualcuno? Credo di no. Quando ho cominciato a lavorare a questo processo - aggiunge - non riuscivo a trovare le prove della colpevolezza che potessero reggere l’ accusa. Quindi ho pensato: se invece che di una violenza su una bambina di tre anni si fosse trattato di una bancarotta, mi sarei accontentata di quelle prove? Certamente no. Ecco perché ho chiesto l’ assoluzione. Non critica direttamente il suo collega Forno («ha fatto un grande lavoro in 10 anni», dice) ma accusa il sistema che porta alle incriminazioni: «In questa vicenda – spiega – la mancanza di professionalità degli operatori, poliziotti e assistenti sociali, è stata decisiva».

«Facendo questo lavoro vedi delle nefandezze tali da turbarti profondamente – aggiunge il pm – e più sei turbato, più perdi la capacità di lettura distaccata. Proprio perché di norma non mi occupo di abusi sessuali forse ho trattato questa vicenda con il distacco che uso in altri processi». Come evitare errori giudiziari? «Non conosco l’ universo della pedofilia e mi sono occupata solo di questo caso. Però ritengo che sia necessaria una struttura specializzata esterna alla Procura in grado di operare con professionalità».

Una ragazzina denunciò per abusi 5 persone

Ma un’altra inchiesta si sgonfia

di Mario Consani

E intanto un’altra inchiesta finisce in una bolla di sapone. Un’altra storia di violenze sessuali inventate si chiude con l’ archiviazione dopo tre lunghi anni di indagini. E un altro giudice, il gip Guido Salvini, critica duramente i metodi investigativi del pm Pietro Forno. È la storia di Anna, una ragazzina che prima denuncia abusi subiti dal padre e dal nonno materno, e poi – imitata anche da una sorella – estende le accuse al fratello, al patrigno, a uno zio e due zie, nonché ad un educatore del Cbm, il Centro del bambino maltrattato. Tutte persone che per anni sono state indagate, perquisite e interrogate, fino a che il pm Forno si è reso conto che Anna non faceva che raccontare storie su pressioni della madre (ora sotto inchiesta per calunnia), che essendo in pessimi rapporti con l’ex marito e tutta la famiglia, voleva vendicarsi in questo modo.

Duro il giudizio del gip Salvini. «I racconti relativi agli abusi sessuali non hanno avuto alcun serio riscontro ogniqualvolta sarebbe stato invece in ipotesi possibile acquisirne», scrive. E poi: «Tutta l’indagine è caratterizzata da una costante e inopportuna “presenza” processuale della madre che non solo ha reso al p.m. un profluvio di dichiarazioni anche spontanee concernenti anche circostanze del tutto irrilevanti o di carattere assai singolare, ma, anche grazie ad una eccessiva accondiscendenza degli investigatori, ha di fatto condotto le indagini in proprio».

La mamma, osserva il giudice, «ha perseverato nell’inopportuna iniziativa di stimolare con lunghi colloqui le “rivelazioni” della figlia, registrando nascostamente le stesse ed attuando così una sorta di anomala intercettazione ambientale. I nastri venivano poi consegnati agli operanti o al p.m. Ciò è avvenuto non solo all’inizio delle indagini, come talvolta può accadere, ma per tutta la durata delle stesse e costantemente la madre, registrando o meno i colloqui, ha sollecitato con lunghe sedute la figlia Anna prima e l’altra figlia Cristina poi, a renderle confidenze sui medesimi argomenti, riportando poi le stesse in immediate presentazioni al p.m.».

Due famiglie e un educatore, così, sono stati per anni nel mirino degli inquirenti con addosso il sospetto infamante di abusi sulla ragazzina. Finché la stessa Anna, nel settembre scorso, ha ritrattato tutte le accuse affermando di averle riferite perché spaventata dalla madre. Così, alla fine, il pm Forno ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta. Ma anche su questo il gip Salvini ha avuto qualcosa da eccepire. «Si deve dissentire dalla motivazione della richiesta del p.m.» che, scrive il giudice, vorrebbe l’archiviazione «perché la situazione processuale sarebbe confusa e non sarebbe possibile alcun ulteriore approfondimento». «In realtà – dice Salvini – le attività investigative e gli approfondimenti sono stati ridondanti e semmai privi di una valutazione critica degli atteggiamenti delle denunzianti».

24 ore dall’Italia

Il caso – A Milano accusano un padre di violenza
e il giudice li sconfessa. Sono gli stessi che “condannarono” don Giorgio

Pedofilia, due periti nella bufera

di Beppe Boni

MODENA – «Sì, ricordo bene l’atteggiamento di quei due periti – soprattutto della donna – durante uno dei tanti atti istruttori del processo contro i pedofili della Bassa Modenese. Era prevenuta, aveva un atteggiamento assolutamente preconcetto e sul caso di una delle bambine fu poi clamorosamente smentita».

Da Modena, dove ancora sono calde le braci delle polemiche sul processone «pedofili & satanisti», arrivano dagli avvocati altre bordate al veleno sui due periti, una ginecologa e un medico legale, che a Milano si sono visti ribaltare addosso le accuse di cinque anni fa con cui fecero finire sotto inchiesta un tassista 45enne, accusato di aver violentato la figlia di 3 anni. Ora è stato assolto, i due periti sono indagati, il pm d’udienza, Tiziana Siciliano, punta il dito contro di loro e contro il collega Forno che fece le indagini.

Dopo 4 udienze ha demolito a picconate le tesi che furono dell’accusa: «Quei due periti o erano in malafede o erano del tutto sprovveduti. Comunque sia, questi esperti non hanno motivo di godere della fiducia dell’autorità giudiziaria». E pensare che questa discesa all’inferno di una famiglia cominciò perché la piccola a cena pronunciava «parolacce».

Rincara la dose Gianpaolo Verna, consigliere comunale di An e avvocato penalista che ha difeso alcuni degli imputati nel processo di Modena dove fu coinvolto anche il prete-camionista don Giorgio Govoni, morto d’infarto.

«È vero che le conclusioni dei due medici milanesi hanno costituito il perno del processo concluso con 14 condanne, ma è anche vero che un perito del Gip le ha fortemente ridimensionate». E aggiunge: «Evidenziammo che i due periti esageravano e che, soprattutto uno, aveva già una tesi precostituita. Ma nessuno ci ascoltò. Il caso di Milano deve pur insegnare qualcosa».

Da Roma alza la voce anche il vice presidente della Camera, Carlo Giovanardi (Ccd), che già scatenò critiche feroci contro l’inchiesta modenese: «È sconvolgente che il Pm del processo di Milano, usando termini come superficialità, negligenza e incompetenza, si riferisca proprio ai due periti nominati dal Pm Andrea Claudiani di Modena per gli accertamenti dei bambini che avrebbero subito stupri nella Bassa Modenese». Sarebbero una decina i piccoli abusati dal gruppone di «satanisti pedofili» in un intreccio perverso con nonni, zii e madri di tre nuclei famigliari. Un processone di settanta udienze, bersagliato da 14 interrogazioni parlamentari.

Giovanardi è durissimo: «Nella storia milanese, come in quella modenese, c’è posto anche per gli assistenti sociali, per uno dei quali il Pm ha ipotizzato i reti di abuso d’ufficio e violenza privata. Sono coincidenze che non possono non influire anche sul prosieguo delle inchieste modenesi (È in corso una inchiesta ter e si attende un processo d’appello N.d.R.) che hanno travolto Don Govoni, vittima di una storia da riscrivere».

Anche Augusto Cortelloni, senatore del Gruppo misto, non usa mezze misure. «A Modena, invece, gli stessi periti hanno fatto condannare tante persone e grazie alla loro verità, pagata con parcelle milionarie, decine di famiglie sono spezzate con bambini allontanati dai genitori».

In Procura a Modena frenano le reazioni, i giudici del processo idem. Chi ha fatto le indagini vira su una risposta tecnica: «Nella nostra inchiesta i due periti milanesi hanno scattato molte foto e il Tribunale, attraverso i propri consulenti, le ha potute valutare. Comunque nel nostro caso hanno lavorato con professionalità».

L’altro caso – Giovanni B., condannato a 8 anni
malgrado la stessa figlia l’avesse scagionato, si fa vivo
dalla latitanza per attaccare la giustizia

Accusato d’incesto: «La mia vita distrutta»

«Nonostante tutto sono orgoglioso di Alessandra»
Eppure Ciampi gli ha negato la grazia

di Enrico Favanna

MILANO – Un anno e mezzo fa i giudici decisero che aveva violentato la figlia Alessandra. Ma la ragazza ha quasi subito smentito tutto e lo scorso 2 settembre aveva chiesto al presidente Ciampi di graziarlo. Il 3 novembre il rifiuto. L’altroieri a Milano un pm aveva accusato di mancanza di professionalità le indagini condotte in un caso simile, preannunciando un’inchiesta sui periti e facendo assolvere un altro padre.

Giovanni B., condannato a 8 anni, di cui due già passati in carcere in custodia cautelare, oggi è latitante. Probabilmente all’estero, dove trascorrerà un altro Natale senza la famiglia. Ed è proprio la figlia Alessandra, 24 anni, studentessa di giurisprudenza, a battersi per lui. Da 8 anni Alessandra combatte contro quella giustizia che le credette quando, stordita da psicofarmaci e in preda a fantasie da adolescente, accusò il padre.

Ormai da qualche giorno la ragazza passa i suoi pomeriggi in centro a volantinare, insieme ad alcuni compagni di università, per raccogliere firme e chiedere la revisione del processo. Da quando ha aperto un sito Internet (www.alessandrab.com) sulla propria vicenda, riceve centinaia di e-mail di solidarietà. «Soprattutto dall’estero. Sento spesso papà e ora che avverto la comprensione da parte sua non posso che avere più forza e coraggio per lottare».

Raggiunto dall’Ansa, Giovanni B. accetta di parlare: «Sono in un gorgo, spolpato dei sentimenti, delle gioie e delle tenerezze. Possibile che non si rendano conto di ciò che hanno fatto? Auguro ai giudici di provare solo il 10 per cento di quello che hanno fatto provare a me. Costituirmi? Alessandra vuole un papà libero. Se capirò che stanno per trovarmi, cambierò posto. Se mi troveranno andrò in carcere serenamente, non ho paura. Ci sono stato due lunghi anni e i detenuti capirono il mio caso. Ma credo che non mi cerchino perché sanno che sono innocente».

L’uomo sostiene di non aver chiesto di persona la grazia, per non ammettere una colpa mai commessa. «Mi sento il capro espiatorio di un sistema che non funziona, di una giustizia che non ammette i propri errori, di una caccia alle streghe. Hanno costretto mia moglie perfino alla separazione perché altrimenti le avrebbero tolto le figlie. Quello che è successo a me, al confronto, è niente».

Per vivere, oggi Giovanni fa il panettiere. «Qui non sanno quello che è successo. Mi sono rifatto una vita ma mi manca tutto quello che ho avuto per quasi 60 anni. Oggi posso guardare negli occhi Alessandra e la mia famiglia. Ho fatto tanti errori. A volte sono stato autoritario e manesco. Ma non ho mai abusato sessualmente di mia figlia, che mi accusò, credo, per ribellione ai litigi con mia moglie. Oggi sono orgoglioso del suo eroismo. Non si senta in colpa. È stata solo uno strumento in mano agli psicologi e ai magistrati».


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