Torna all’ indice Giustizialismo

del 22 dicembre 2000

Minori – Dura presa di posizione del pm Tiziana Siciliano
sulla conduzione di un'inchiesta per presunte violenze familiari

Padre assolto dopo 5 anni d'inferno

di Mario Consani

Assolto ieri con formula piena dopo aver passato quasi cinque anni di inferno nel tunnel giudiziario dell'accusa più infamante, la violenza sulla propria figlia. Ieri il pm Tiziana Siciliano nel chiedere l'assoluzione del papà di una bambina ha criticato con durezza lo svolgimento dell'indagine che aveva portato all'incriminazione dell'uomo. Sotto accusa il metodo che ha distrutto una famiglia: da due anni la bambina non vede il padre e anche il fratellino della piccola era stato affidato a un istituto del Comune. E pensare che tutto era nato da due «parolacce» strane pronunciate dalla bambina che avevano impensierito, in perfetta buona fede, la mamma, che si era rivolta al Centro del bambino maltrattato.

Processi – Bambina tolta alla famiglia per sospetti abusi sessuali,
ma non era vero. Ora il padre è stato assolto

L'inferno di Michela: il tribunale

di Mario Consani

Michela è solo una bambina, ma le hanno già distrutto la vita. Da quasi tre anni per ordine del giudice non vede il suo papà, e per 5 mesi l'hanno staccata anche dalla mamma e segregata in una casa di accoglienza, fino a quando hanno dovuto riportarla a casa perché soffriva a tal punto da essersi rinchiusa in un disperato mutismo. Attorno al suo caso si è agitato uno sciagurato balletto di poliziotti, assistenti sociali, ginecologi e magistrati, che ha partorito una terribile accusa: papà la violentava. Un'imputazione che ha distrutto una famiglia e rovinato la vita di due adulti e due bambini, compreso Luca, il fratellino tetraplegico di Michela, pure lui affidato al Comune. Un'accusa spaventosa e infamante, che però ieri al processo si è sgonfiata come un castello di carte truccate male. A farla crollare senza pietà è stato lo stesso pubblico ministero, un magistrato diverso da quello che aveva condotto le indagini, che ha usato parole durissime per chiedere l'assoluzione del papà di Michela (poi sancita dal tribunale) e la "condanna" – almeno morale – di tutti quelli che hanno reso la vita della bimba e dei suoi genitori una vera e propria «discesa all'inferno».

Tutto comincia nell'estate del ‘96, quando la piccola, che ha solo tre anni, se ne esce con delle parolacce "strane" per una come lei. La mamma si agita, e quando cerca di capirne di più, Michela associa quelle parole al padre. A quel punto, la donna cerca il conforto di uno psicologo del Cbm, il Centro del bambino maltrattato, e lì comincia la sua odissea, perché trova un'assistente sociale («la signora Marchese») che le impone una drammatica alternativa: o denuncia suo marito o lo facciamo noi, ma così lei rischia di perdere la bambina.

Disperata, la mamma corre in questura e precipita all'inferno: il padre viene allontanato da casa, i due bambini restano con lei ma affidati formalmente al Comune, si apre l'inchiesta penale e Michela viene più volte interrogata dalla polizia. Qualche mese più tardi, dopo una perizia medica che non trova segni sostanziali di violenza e un'inchiesta che ruota attorno a quelle due sole parole pronunciate dalla bimba, il tribunale dei minori decide che il papà può tornare a casa. Ma l'illusione dura poco. Il pm Pietro Forno (nella foto) ordina una nuova consulenza ginecologica sulla piccola, e i due esperti Patrizia Gritti e Maurizio Bruni trovano segni di abuso. È il dramma. Nel gennaio del ‘98 il tribunale dei minori allontana di nuovo il padre, e Michela finisce per 5 mesi in comunità dove può vedere la mamma (assistita dall'avvocato Marco Micheli) solo una volta alla settimana. Solo alla fine del ‘98 si arriva all'incidente probatorio nel corso del quale nuovi medici scelti dal giudice demoliscono la precedente perizia dell'accusa: «Nessun segno di abuso», ma intanto la famiglia è disgregata, il pm Forno chiede comunque il rinvio a giudizio dell'imputato (difeso dall'avvocato Luigi Vanni) e il gip Silvana D'Antona lo concede. Soltanto ieri, in aula, un altro magistrato, il pm Tiziana Siciliano fa a pezzi con parole durissime l'intera inchiesta e chiede lei per prima l'assoluzione del papà di Michela. “Qualcuno – commenta amaro l'uomo dopo il verdetto – ora dovrà ripagarmi per questi 4 anni e 3 mesi di inferno».


Torna all’ indice Giustizialismo | Torna all’ inizio pagina

Se sei entrato in questa pagina tramite motore di ricerca e vuoi entrare nel sito clicca qui

FREE SOULS