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del 23 dicembre 2000

In passato molti genitori hanno protestato
anche clamorosamente contro le sue indagini

Ha creato un «modello»
troppe volte criticato

di Paolo Biondani

MILANO – Un pm di ferro, che amici e nemici concordano nel definire tenace, rigoroso, inflessibile. Fin troppo, secondo le critiche che da sempre accompagnano il suo lavoro. Pietro Forno, 56 anni, sposato con figli, magistrato dal 1972, è il «padre» del pool investigativo che da otto anni ha riorganizzato le indagini a Milano sulle violenze sessuali e sulla pedofilia. Negli anni ‘70 e ‘80, come giudice istruttore, aveva guidato importanti inchieste sul terrorismo di destra e di sinistra: da Prima Linea ai Nar di Mambro e Fioravanti fino ai «Proletari armati per il comunismo», l'organizzazione tornata di attualità con la «pista spagnola» per la bomba sul Duomo. Già allora, il suo carattere deciso aveva diviso i giudizi degli stessi colleghi: magistrati come Colombo e Turone si fidavano di lui al punto da «nascondere» in un suo fascicolo per banda armata (Co.co.ri.) l'originale della lista degli affiliati alla loggia massonica P2; ma ancora oggi molti ricordano i suoi «memorabili scontri» con pm come Carnevali e Spataro.

Dopo i maxi-processi per terrorismo, alla fine dello scorso decennio Pietro Forno ha «inaugurato» un settore di indagini a sfondo psicologico che hanno provocato nuove polemiche: dall'accusa di plagio a Verdiglione (condannato) alle inchieste sulla chiesa di Scientology e sui pretesi aborti facili alla clinica Mangiagalli (tutti assolti).

Nel 1992, ha cominciato a occuparsi dei «reati sessuali», all'inizio come unico titolare, poi come riferimento per un pool di una decina di colleghi. A lui viene attribuito il merito (o il demerito) di avere creato un «metodo investigativo» utilizzato in centinaia di processi per stupri o abusi: denunce e testimonianze delle presunte vittime raccolte da sezioni specializzate di polizia; perizie affidate a ginecologi e psicologi di fiducia; inserimento nelle indagini delle confidenze dei bambini agli educatori; contestazioni di complicità a coniugi e parenti che non confermano le accuse; coordinamento con il Tribunale dei minori, per allontanare subito i bimbi dai genitori sospettati; stretta collaborazione con un ristretto gruppo di istituti di tutela dell'infanzia. Una «macchina» giudiziaria tanto efficiente da diventare, secondo i critici, implacabile anche con gli innocenti. Di qui le proteste di questi anni contro Forno: madri che si incatenano a Palazzo di Giustizia; cortei di quartiere in difesa di imputati insospettabili; presunte vittime che ritrattano le denunce; campagne di stampa e volantinaggi contro la «fabbrica dei mostri».

Due mesi fa, Pietro Forno si è difeso in una intervista presentando un bilancio «da record»: «Le assoluzioni dei miei imputati fanno sempre un gran rumore, ma il 95 per cento delle sentenze mi ha dato ragione. Passo per un persecutore solo perché nessuno sa quante archiviazioni ho chiesto: più del doppio delle richieste di giudizio». Nell'ufficio dei giudici delle indagini, però, almeno dieci magistrati forniscono cifre meno confortanti: «Il vero problema sono le richieste di arresto – testimonia un giudice da tempo in polemica con Forno – che troppo spesso vengono respinte con motivazioni pesanti che restano segrete». E quale sarebbe il tasso di errore giudiziario? «Fino al 50 per cento».

Anche ieri su Forno sono piovuti giudizi opposti. Il pm Fabio Roja lo ha difeso «a nome di tutti i magistrati dell'ex pretura»: «Rivendico la dignità scentifica e il valore professionale del pool creato da Forno. È grazie a lui se nelle indagini sulla pedofilia oggi esiste un "modello Milano" studiato e applicato in tutta Italia». Ma nelle stesse ore il gip Guido Salvini ha marcato il suo «dissenso» perfino da una richiesta di archiviazione firmata da Forno: un'intera famiglia va prosciolta non perché «la situazione sia rimasta confusa», ma perché le indagini, pur «ridondanti», sono risultate «prive di valutazione critica delle denunce», tanto da spingere il giudice a incriminare l'accusatrice per «calunnia aggravata».

Vittorie e sconfitte del pm anti abusi

STATISTICHE I processi del pm Forno hanno le statistiche più alte di condanne: il 95 per cento, come ha più volte rivendicato. Eppure non è la prima volta che si ritrova al centro di vicende contrastanti. Eccone i casi:
RECORD È suo, se così si può calcolare, il record di una condanna in Italia per abusi su minori: 18 anni di reclusione, ottenuti appunto in un processo da lui istruito.
IN CELLA Un ragazzo di 21 anni resta 4 mesi in carcere e complessivamente un anno agli arresti domiciliari, prima di essere assolto nel luglio 1999 dall'accusa di avere violentato un'amica minorenne. Il pm, che aveva proposto 10 anni, ha fatto appello.
L'EDUCATORE Lorenzo Artico è un educatore di centri d'infanzia accusato di abuso sui suoi ragazzi: tutto un quartiere si mobilita per lui, parte una campagna di stampa a suo favore, ma il tribunale giudica aderente ai fatti la ricostruzione del pm e condanna l'imputato a 13 anni. L'appello sta per essere celebrato.
PADRE ASSOLTO Nel giugno scorso il tribunale assolve un padre candidato a 8 anni di condanna per aver abusato della figlia di 4 anni: decisive le perizie contrastanti, l'imputato assolto è stato in carcere 8 mesi.
PEDOFILIA È Forno il pm che chiede e ottiene il primo arresto in Italia per pedofilia informatica.
INNOCENTE Nel dicembre 1999 in appello viene assolto un giovane accusato di aver abusato della sorella: in primo grado era stato condannato a 13 anni, torna libero dopo 2 anni e mezzo di custodia cautelare.

 


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